L' Abbazia di Fontenay e le ricette di cucina

L' Abbazia di Fontenay e le ricette di cucina

Passare ore a spulciare scaffali pieni di libri è una passione di molti…anche la mia: mi affascina sia l’ambiente in sé, che il profumo della carta che l’idea di scoprire libri dimenticati.

 E’ una passione che tocca il mio profondo.  

Se poi, tra i miei libri, quelli della mia biblioteca, mi capita di trovare un libro che non ricordavo più di avere fremo di gioia.

 

Nei giorni scorsi, anziché sprecare il tempo a guardare le stesse notizie ripetute, in televisione o sui social, fino alla nausea ho rimirato la mia biblioteca di cultura turistica e cosa mi è capitato tra le mani? Un libro che racconta ricette e segreti dei Monasteri.

 

E’ una edizione moderna, sostanzialmente un ricettario, sobrio ed elegante, ricco di fotografie di piatti, “monastici” che invogliano alla convivialità.

 

Dopo averlo annusato e accarezzato come amo fare coi libri lo ho aperto alla pagina introduttiva: i monaci, dice, ritirati nella loro solitudine hanno inventato un’arte di vivere che ha creato un “altro tempo” con una cucina a sua immagine; semplice, gustosa, equilibrata abbinando cucina e salute nel rispetto del ritmo della natura e delle stagioni.

 

Il libro (edizione 2011), dal titolo “Ricette e Segreti dei Monasteri” lo acquistai nel 2013 nell’ Abbazia di Fontenay in uno dei miei peregrinaggi tra monti e valli d’or.

 

L’abbazia, situata nel comune di Marmagne, vicino a Montbard fu fondata da San Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle) nel 1118 e costruita in stile romanico.

È una delle abbazie cistercensi più antiche e complete d'Europa. Oggi è di proprietà privata ed è tenuta in perfetto ordine.

Alcuni edifici, a seguito della soppressione degli ordini monastici, poiché fu utilizzata come caserma furono abbattuti.

 

Ciò che rimane merita una visita: dal paesaggio attorno alla Abbazia alla chiesa, grandiosa, in stile gotico a tre navate, tutta in pietra (mi piacque il pavimento fatto di grande lastre lapidee) al refettorio e al grande dormitorio per i pellegrini e per i conversi.

 

Camminando per le sale ti domandi come fosse la vita monastica, come si viveva in comunità con un unico bene di proprietà ossia l’abito che indossi.

 

Le grandi sale di servizio ti portano a pensare a quante persone hanno vissuto nelle comunità dedicando la vita all’attesa di un bene superiore: la visione di Dio, premio di una vita virtuosa.

La cucina è immensa: chissà per quante persone si cucinava ogni giorno.

 

I monaci conducevano la vita in silenzio, contemplazione e preghiera ed anche se lavoravano il lavoro era per glorificare Dio…e, a onor del vero penso che si, il lavoro, quel lavoro non quello odierno della finanza e delle industrie dell’inutile, sia la contemplazione del Creatore.

 

Poi ho lasciato che il destino guidasse la mia lettura ed ho aperto a caso il libro che si è aperto su un paragrafo dal titolo “la lingua dei Segni”: mi è parso un segno del destino: a un blog di viaggi della Semiotica che parla di segni la pagina perfetta non poteva che essere quella che parla di Segni.  

 

Riporto integralmente quanto scritto a pagina 81 del testo (il testo è in francese, la traduzione è mia)

 

“Voglio tenere a bada la mia bocca per non

Peccare con la lingua.

Ho messo un freno alla mia bocca.

Ho rispettato il silenzio.

Mi sono fatto piccolo

e non ho più parlato neppur di cose buone.”

(Regola di San Benedetto, Salmo 38, 2-3)

 

 

Ed inoltre: “Saper rispettare il silenzio è molto importante.

E’ per questo che anche per dire delle parole buone, delle parole sante che aiutano gli altri i discepoli ricevevano raramente il permesso di parlare.

 

La regola di San Benedetto, come tutte le regole monastiche, insiste sulla necessità del silenzio. Non si può trovare la strada verso Dio nel chiacchiericcio, in un insieme di parole confuse.

 

E’ per questo motivo che i monasteri crearono piuttosto il linguaggio dei segni.

Questa lingua si esprimeva attraverso le mani, un poco come il linguaggio dei sordi e dei muti. Permetteva ai monaci di capirsi senza dover parlare.

 

La lingua era anche ridotta all’essenziale.

Nell’Abbazia di Cluny si usavano 296 segni per regolare i compiti quotidiani. Alcuni ordini più rigorosi, come i trappisti, bandivano completamente il parlare a meno che non fosse il padre Superiore che dava il permesso per situazioni eccezionali.

Il linguaggio dei segni facilitava la comunicazione utile, bandiva le confessioni, le effusioni, le smancerie.

 

Oggi la lingua dei segni è caduta in disuso.

Ma il Silenzio resta la regola

 

Per altro nella pagina a fronte (pag 80) ci si pone la domanda “Chi cucina quindi nei Monasteri?” e San Benedetto risponde (Capitolo 35 della regola: i cuochi della settimana) “i fratelli si serviranno gli uni gli altri e nessuno sarà dispensato dall’obbligo del servizio della cucina a meno che il fratello sia malato o si occupi di cose più importanti”.

 

La cucina è compito di tutti e i turni sono settimanali e se anche uno, nella vita laica era cuoco non diviene per questo cuoco del monastero. Tutti ruotano nei lavori.

 

Benedetto è esplicito: nel capitolo 57 della regola dice che “se dovessero esserci degli artigiani nel monastero devono fare il loro lavoro con molta umiltà e se l’Abate lo permette” e se “l’artigiano pensa di valere qualche cosa nel monastero allora gli si tolga il lavoro. Non se ne occuperà più a meno che non divenga umile”.

 

La cucina è  un atto collettivo e un esercizio spirituale e il fine deve essere mangiare per vivere e non vivere per mangiare per non allontanarsi dalla vera meta: cercare la purezza di cuore che permette “di vedere Dio”.

Se qualche ricetta si crea, si inventa, tutto deve essere messo in comune e trasmesso in silenzio arricchendosi di gesti: la cucina è come un Salmo che i monaci ripetono all’infinito.

 

 

Tu che hai avuto la gentilezza di leggere fino a qui dirai…. “Tutta sta pappardella è per dire che anche i monaci mangiano o che hai scoperto delle buone ricette? “

No, La riflessione finale è: in questi tempi in cui il superfluo, l’edonistico, il nulla viene anteposto a tutto il caso mi ha insegnato qualche cosa che avevo dimenticato preso dal vivere sempre in attività: sii distaccato dai beni materiali, pratica il silenzio, la meditazione, l’umiltà, e il servizio e la gioia di condividere siano la base della vita per giungere “a vedere Dio” nostro vero obiettivo.

 


Vedi cosa può capitare di incontrare guardando uno scaffale!

 

 

E se vuoi ascoltare una canzona clikka qui