Il viaggio della moneta

Il viaggio della moneta

Expo Milano 2015 fucina di idee (almeno nella mente degli organizzatori). 

Entusiasmante il tema del padiglione zero. Di cosa parlava?

Del viaggio, culturale, dell’essere umano: si partiva dal baratto per giungere ai giorni nostri e ci si interrogava sul futuro.

Mi colpì l’inizio, il baratto: homo faber fortunae suae (ognuno è artefice del suo destino) e l’essere umano era libero.

Il passaggio al denaro per gli scambi fu la fine della libertà umana.  Il denaro è “lo sterco del diavolo”: si dipende da esso e si è controllati con esso.

Per 30 denari Giuda vendette Gesù e dopo di lui molti vendettero e si fecero comprare!

 

Quale il viaggio dal baratto al denaro?

In molti musei la storia è testimoniata (anche) da monete a cui pochi prestano attenzione mentre la moneta parla e racconta più di altri reperti: è semiotica  pura caratterizzata da segno (la moneta), significante (valore attribuito) e significato (scambio/libertà).

 

Quale il viaggio, semiotico, della moneta?  

 

All’inizio esisteva il baratto: si scambiava manufatto con manufatto con l’accordo delle parti. Se venditore ed acquirente erano soddisfatti il patto era siglato. Ancora oggi, in giurisprudenza, l’accordo tra le parti, purchè non “contra legem”, è sacro (art 1321 e seguenti codice civile).

 

A merce, fatta di materia più o meno lavorata, corrispondeva altrettanta materia di natura diversa.

Va da sé che il baratto è difficoltoso poiché non tutti avevano a disposizione, ad esempio, un pollo per acquistare un maglione e magari chi produceva un maglione preferiva un coltello anziché un pollo.

Fu trovato un metodo universale per lo scambio: la moneta, o meglio un primo oggetto che era utilizzato per lo scambio.

Cosa si utilizzò?

Una conchiglia, la Ciprea Moneta od anche la Ciprea Cauri (simile alla Moneta, differiva solo per una riga gialla sul dorso).

Materia per materia.

 

Pagare con conchiglie era più comodo del baratto poiché permetteva di stabilire un valore certo per lo scambio: 1 kg di lana di pecora valeva, ad esempio, 3 conchiglie sia che ci fosse compravendita a Pechino che a Shanghai; la conchiglia non deperiva, a differenza del pollo che ti poteva lasciare in povertà da un momento all’altro (morte del pollo), ma soprattutto era facilmente trasportabile ed universalmente accettata.

Si sono trovate ciprea moneta in sepolture di tutto il mondo: nel continente americano in tombe nella regione dei Grandi Laghi, pare risalenti a 6000 anni avanti Cristo, nel Sudest asiatico fino al medio Oriente (ritrovamenti in Iraq,) Oceania ed Europa.

 

La conchiglia ciprea moneta vive in tutti i mari caldi ma la maggiore produzione proveniva dalle isole Maldive la cui popolazione viveva… “battendo moneta” e ricevendo, in cambio, generi alimentari, stoffe e altri utensili utili alla vita.

Le Maldive erano un centro commerciale ideale: avevano la moneta e garantivano ai naviganti una fermata sicura per rifornimento di cibo e acqua.

Ibn Battuta, geografo ed esploratore arabo del XIV secolo che per trent’anni visitò il mondo allora conosciuto dall’Africa, all’Europa, all’Asia, le definì un paradiso.

Da queste isole salpava buona parte della ricchezza mondiale (le conchiglie).

 

La difficoltà di reperimento della conchiglia in luoghi lontani dalla produzione portò alcune culture, quella cinese innanzitutto e quelle attorno al bacino del mar mediterraneo secoli dopo, a cercare metodi di pagamento alternativi.

In Cina si iniziò (indicativamente attorno all’anno 1000 a.C.)  con riproduzioni in pietra della conchiglia e poi, nell’epoca del bronzo, si utilizzò quel metallo, forgiato in diverse forme, come mezzo di scambio.

 

Anche nel mediterraneo la conchiglia fu sostituita dal bronzo, lega di rame e stagno.

Inizialmente il bronzo da scambio non aveva un peso fisso.

Veniva pesato ogni volta per conoscerne peso e di conseguenza, valore.

Stante la difficoltà di trasporto di questi ammassi di metallo si passò ad un peso fisso, certificato e stampigliato.

Nel mondo romano fu l’Asse (rettangolare),pari ad una libbra romana, ossia 327,46 gr di metallo ,ad essere utilizzato per gli scambi.

Poi iniziarono le varianti di peso, verso il basso, stante, comunque, la difficoltà di trasporto di questi blocchi di metallo.

L’Asse romano passò da 1 libbra romana a mezza oncia ossia 1/24 di asse (circa 14 gr).

Il bronzo uscì di conio nel 79 d.C. per poi tornare in epoca imperiale.

 

Il lingotto divenne un disco e i dischi di metallo presero il nome di moneta poiché la zecca dove si battevano a martello i dischi era vicino al tempio di Iuno Moneta (Giunone Avvertitrice/Ammonitrice) posto sul colle Campidoglio.

Il posizionamento della zecca a fianco del tempio di Giunone risale al tempo di Brenno e Furio Camillo: quando il gallo Brenno tentò di entrare nel cerchio di mura del colle Capitolino disturbò le oche che vivevano nel recinto del tempio di Giunone  e queste, starnazzando, svegliarono i romani salvandoli.

Dopo la cacciata di Brenno i Romani posero a fianco del tempio la zecca nella certezza che le oche sarebbero state ottime custodi del metallo prezioso che li si trovava.

 

I dischi di metallo che uscivano dalla zecca, per la vicinanza al tempio, di Giunone Avvertitrice (moneta) divennero, Moneta. Storia o leggenda?

In pratica il nome di moneta lo dobbiamo alle oche.

 

Una nota: attorno al mediterraneo non esistevano solo i Romani, c’erano altri stati e culture e tutti “battevano” pezzi di metallo per commerciare.

Dopo un inizio con forme differenti la foggia delle monete fu unificata nel disco e con la diffusione della lingua latina come lingua franca fu unificato anche il nome.

 Tutti decoravano la moneta per renderla riconoscibile ed appetibile poiché il valore delle monete, non essendo univoco, era dato dalla solidità commerciale della città/stato emettitrice.

Più l’immagine sul disco era curata e ricca di particolari più si dimostrava affidabile il coniante: se uno stato godeva di un buon nome la sua moneta era apprezzata sul mercato.

 

“Le monete sono pezzi di metallo, per autorità pubblica divisi in parti fra loro uguali o proporzionali, improntati di un conio, che oltre a rivelare, sia nelle monete antiche e moderne le divinità, ed a rappresentare con emblemi le imprese loro storiche o l’effige dei Sovrani indica anche il valore estrinseco del metallo coniato e tale impronta prese il nome dal latino monere perché l’impronta avverte, monet, del titolo peso e valore del pezzo di metallo coniato” (Monete di Italia antica e magna Grecia, pag. XIV  - riga 16 e seguenti)

 

Fatto l’Impero ci fu la moneta unica: quello romano basò la sua solidità sul denario d’argento del peso di circa 4,55 gr di metallo nobile (fu dato valore ad un metallo).

Il denario rimase la moneta di riferimento, svalutandosi nel tempo (meno metallo e meno puro), fino alla riforma monetaria dell’imperatore Caracalla nel 215 d.C. che coniò gli Antoniani.

 

Le monete d’oro (aureo), nell’impero romano, iniziarono ad essere coniate in misura maggiore con Giulio Cesare e la conquista delle miniere d’oro della Gallia. Cesare introdusse anche l’usanza di porre la testa del sovrano sulla moneta. L’utilizzo dell’oro introdusse il concetto di una moneta con un valore di acquisto maggiore.

Da Augusto in poi l’Imperatore stabiliva peso e valore delle monete.

L’aureo romano seguì le sorti dell’impero: guerre e lotte di potere minarono la credibilità dell’impero così che la moneta dell’impero veniva sempre più svalutata. Come?

Mettendo nella moneta una concentrazione sempre inferiore di metallo: in pratica stesse misure ma peso inferiore.

Dopo la caduta dell’impero Romano d’Occidente e la nascita degli stati nazionali, per dimostrare la propria solvibilità e forza si ricominciò a battere moneta migliore (più metallo a parità di misure) ed anche affidandosi, nuovamente “al buon nome dello stato”.

 

Ad esempio, a Ferrara, nel periodo di massimo splendore della famiglia Este (XV e inizio del XVI secolo) la moneta d’oro più importante era il ducato del peso di 3.45 grammi di oro a cui si aggiunge il doppio ducato di peso quasi doppio ma al termine del ducato di Alfonso I si inizia a coniare lo Scudo d’oro del Sole il cui peso è di 3,40 grammi. Evidentemente una svalutazione: lo stato stava perdendo ricchezza e riserve auree.

 

Fu in Inghilterra che la prima Banca Centrale iniziò a emettere banconote nel 1695 con la promessa di pagare al portatore il valore in oro, espresso sul pezzo di carta.

Le banconote altro non sono che un impegno, scritto, dell’emettitore a pagare dell’oro.

Chi le riceve deve fidarsi della dichiarazione dell’emettitore che dice “io ho oro sufficiente per pagare tutte le banconote emesse.”

La banconota è un atto di fiducia reciproca: scritta, inizialmente, a mano per un valore prestabilito e legata al deposito personale del depositante.

Per tutto il XVIII, XIX ed inizio XX secolo circolavano monete metalliche in oro, argento, bronzo e rame ed anche banconote.

Nel 1929 la borsa di scambio valori di New York crollò (ritiro della fiducia). A seguito del crollo della borsa di New York il presidente Roosvelt svalutò il dollaro e impose la fine della libera circolazione della moneta d’oro.

La gente dovette convertire l’oro in carta e nel 1971, sempre negli Stati Uniti, Nixon sciolse il dollaro dalla convertibilità in oro.

Fine di un valore certo che aveva garantito i commerci a fronte di una nota di banca che prometteva di onorare ciò che era scritto.

Oggi le banche centrali, non avendo obblighi di riserva aurea possono emettere tutta la valuta che ritengano debba essere emessa.

Con la moneta oggi acquisti oro (o argento o platino o altro metallo), non cambi la banconota in metallo.

Fine della moneta ed inizio della carta (finanza) che ha valore perché noi pensiamo lo abbia.

 

È un valore “virtuale” quello delle banconote. Un atto di fiducia.

 

I numismatici (appassionati di monete) sono, in realtà studiosi della storia economica di un paese. Possedere e conoscere la storia di una moneta significa conoscere la vita di uno stato e di un re non solo attraverso la effige e l’anno di emissione ma anche attraverso il numero di monete emesse, il loro peso e l’immagine sul fronte e sul verso.

 

 

Considerazioni di vita: “Viaggiare che passione” è un punto fermo di tutti i blogger (articolisti) e chiunque viaggiò nel XX secolo sa quale era il metodo utilizzato per disporre di valuta locale giacché la nostra Lira italiana era considerata poco affidabile….o magari poco diffusa.

 

Per viaggiare si utilizzavano i traveller’s cheque, note di credito pagabili al portatore.

Era denaro virtuale.

Cambiati i traveller’s in valuta locale ed avere pagato commissioni per l’acquisto, commissioni per la vendita, perdita valutaria di cambio il problema era capire quanto valeva ciò che si otteneva posto che avevi affrontato costi e perdite: dalle tue 1000 lire di partenza se ne ottenevi circa 800 eri stato bravo.

200 lire erano perse per strada in balzelli e tu pensavi di spendere 1000 ma avevi il potere di acquisto di 800.

 

Chi visse in Italia, tra il 1800 e il 1870 conobbe difficoltà di cambio di moneta e di sistema metrico nel giro di pochi anni.  

All’inizio del secolo XIX giunse Napoleone: cambio di moneta e di sistema metrico, poi ritornò il governo pre rivoluzione e si tornò alla vecchia moneta ma di valore cambiato (nel frattempo c’era stata la svalutazione) poi arrivò il regno d’Italia che nel giro di pochi anni mise fuori corso legale le valute preunitarie e creò la moneta unica, la Lira (quella sabauda).

Mio trisonnono nacque nel 1805 e morì nel 1885: subì tre cambiamenti epocali.

Non poca cosa: i nativi del XX secolo che oggi hanno almeno 40 anni possono capire difficoltà e arrabbiature affrontate nel XIX secolo perché hanno sperimentato, nel 2002, il cambio lira/euro.

 

 

Il 31 dicembre 2001 ci siamo addormentati con la Lira e ci siamo svegliati che 1000 lire divennero euro 0,516457 e la promessa di “lavorare di meno e guadagnare di più” (Romano Prodi)

Nel passaggio Lira/Euro abbiamo perso i decimali: per comodità di calcolo si pensa che 1000 lire sono 0.50 eurocent (ma sono quasi 0,52) intaccando così la nostra capacità di spesa.

 

E’ di questi giorni la diatriba se è opportuno pagare con mezzi elettronici oppure con banconote.

Far sparire le banconote potrebbe essere un ulteriore rischio di diminuzione del nostro potere d’acquisto poiché non consideriamo i costi occulti senza considerare che essere legati ad un sistema virtuale ci fa dipendenti da quel sistema.

 

Se pensiamo a quanti cambiamenti di valuta sono occorsi nel divenire umano, pensiamo a quanta ricchezza costruita è andata perduta coi cambiamenti e pensiamo agli esseri umani che, magari con poca o nessuna scolarità hanno affrontato i cambiamenti su decisioni prese da altri allora forse capiremo perché è importante non perdere il denaro contante: l’aumento dei costi e la fin troppo grave dipendenza da numeri scritti da qualche parte (abolita anche la carta del libretto al portatore) non potrebbero mai darci la Libertà persa con l’avvento del denaro e del credito.

il virtuale, non esistendo, è certezza del non esistente che non è affidabile!

 

E ascoltiamo allora la canzone Money Money tratta dal musical Cabaret

 

 

Bibliografia

L. Bellesia 2000 – Le Monete di Ferrara – ed Nomisma

E. Biaggi 1992 – Monete e Zecche Medioevali Italiane – Ed. Numismatiche

E, Montenegro 1996 -  Monete di Italia Antica e magna Grecia – ed. Numismatiche