Goethe giunse a Venezia nel 1786 e descrisse la città. La Sua descrizione è una testimonianza della città nel XVIII secolo quando, ancora, la Serenissima repubblica di San Marco regnava sulla città, sulla terraferma e lungo le cose dell’Adriatico. Il racconto, pubblicato il 3 Novembre 1863 a Milano sulla rivista “il giro del mondo” è stato introdotto da un breve saggio firmato A.S. Goethe, della città , racconta i monumenti quelli che più lo impressionarono ma ci racconta come Lui ha vissuto la città e chi ha la bontà di leggere, forse, rivive con Goethe le sensazioni provate la prima volta che è giunto e Venezia. Il racconto è lungo e dettagliato: opererò dei tagli soffermandomi maggiormente sui passaggi che mi hanno colpito. “Nel libro del destino, sulla pagina della mia vita era scritto, che addì 28 settembre 1786, giusta il nostro orologio verso le cinque della sera scendendo dal Brenta nelle lagune, dovessi vedere per la prima volta Venezia, e poco appresso mettere piede in questa portentosa città fasciata dall’onde, in questa quasi direi repubblica dei castori. Sicchè, lode a Dio, Venezia non mi è più una semplice parola, un vuoto nome, che a me, mortale nemico delle ciance, suonò si sovente come un rimprovero. Quando al battello s’accostò la prima gondola (il che avviene per trasportare più presto in città i passeggeri più frettolosi), mi sovvenni di un vecchio balocco, cui da forse vent’anni non aveva più pensato. Mio padre aveva portato seco un bel modelletto di gondola e tenealo in sommo pregio, tanto da reputare un gran che se mi veniva concesso di trastullarmi con esso. E or parve che tutto, quella tersa lama di ferro in forma di rostro, quella nera casellina, mi volgesse un saluto come ad un vecchio amico; e gioii d’un impressione giovenile da lungo tratto già muta.” ………….Prima di riprendere il racconto della città Goethe narra il viaggio lungo il brenta e di due suoi compagni di viaggio, pellegrini, originari di Paderborn e poi prosegue…… ….“Già molto si scrisse e si narrò intorno a Venezia : nella mia descrizione non sarò dunque prolisso, ma parlerò solo di ciò che mi si para dinanzi. Quello che pertanto soprattutto mi sorprende è ancora il popolo, una gran moltitudine forzata ad esistere senza il libero arbitrio. Questo popolo non si ridusse già per diporto su queste isolette, né fu libera scelta che trasse i suoi seguaci ad unirglisi. La necessità gli insegnò a cercar rifugio in un luogo così poco acconcio, ma che poscia gli tornò loro di tanto vantaggio, e li rese industriosi mentre tutto il settentrione era ancor sepolto nelle tenebre. Necessaria conseguenza furono le ricchezze e l’aumento della popolazione. Sicchè le abitazioni si fecero numerose, i selciati succedettero alle rive arenose ed ai paduli, e le cae, avendo bisogno d’aria com’alberi troppo fitti, dovettero cercare di guadagnar in altezza ciò che lor mancava di spazio. Avidi di ogni palmo di terreno, e già da bel principio ridotti ad angusti confini, non lasciarono alle contrade maggior larghezza di di quanto occorresse per dividere una fila di case da quella che le sta dirimpetto, e concedere ai cittadini il necessario passaggio. Del resto l’acqua per essi tenne le veci di strade, di piazze, d’ambulacri; il Viniziano dovette tramutarsi in un essere di nuova specie, e per vero anche Venezia non può venir confrontata che a sé stessa. Il canalazzo che le serpeggia nel mezzo non la cede a nessuna contrada del mondo; nulla può venir posto al paragone della veduta che s’apre sulla piazza di san Marco.”……. …. Lo scrittore dice che, dopo aver visto la città, capisce il padre che, al suo rientro, parlava continuamente di Venezia e pensa che anche Lui potrebbe diventare simile e prosegue descrivendo la città e ammirandone le calli, lastricate in pietra oppure mattone posto a coltello, i canali di scolo per drenare e raccogliere l’acqua oltre ad ammirare, seppur dicendo che dovrebbe essere meglio organizzato, la raccolta della immondizia che viene portata sulle isole vicine per essere trasformata in concime……. …..”Ieri sera (2 Ottobre) opera a San Moisè (i teatri ricevono il nome dalla prossima chiesa): non molto piacevole! – mancava al pensiero, alla musica, ai cantanti quella intima energia che sola può impartire sublimità a rappresentazioni di tal fatta. Presa a parte a parte non si potrebbe dir cattiva; ma soltanto le due donne le due donne s’industriarono, non tanto d’agir bene, quanto di far comparsa e di piacere, ch’è pur qualche cosa. Le son due figure avvenenti, han belle voci, gentili, vivaci, piacenti personcine. Negli uomini invece nemmeno ombra di sforzo o di desiderio d’illudere il pubblico; oltracciò mancano di voce veramente bella. Il ballo di meschina invenzione venne piuttosto fischiato; nondimeno alcuni ballerini e ballerine, le quali si fecero un dovere di far conoscere al pubblico ogni leggiadra parte del loro corpo, riscossero fragorosi applausi. Oggi (3 Ottobre) sono stato spettatore d’una commedia che mi divertì moltissimo: udii pertrattare pubblicamente una causa importante nel palazzo ducale; discussa, per mia fortuna, durante le ferie. Uno de’ due avvocati aveva tutto che si compete ad un buffo esagerato. Corto era e grosso, pur mobilissimo; aveva un profilo sporgente, voce metallica, ed un tal émpito che il suo dire parea traboccasse da senno e dal profondo del cuore. Chiamo ciò una commedia, poiché probabilmente quando ha luogo questa pubblica rappresentazione è già tutto finito, e i giudici sanno come devono sentenziare e le parti quanto possono attendersi. Pertanto tal consuetudine mi piace infinitamente più dello sgobbare che si fa nei nostri uffizi. Ed ora vo a provarmi a dare un’idea dei particolari, e della compostezza e naturalezza con cui il tutto succede senza apparato di sorta. In una spaziosa sala del palazzo sedevano da una parte i giudici in semicerchio; dirimpetto, sopra una tribuna capace di molte persone, gli avvocati di ambedue le parti, e questi, attore e reo, stavano in persona sovra a una panca, immediatamente davanti ai primi. L’avvocato dell’attore era disceso dalla bigoncia, poiché l’odierna seduta non era destinata al dibattimento: ma doveva aver luogo la lettura di tutti i documenti pro e contra, giacchè già stampati. Uno scrivano, secco secco, coperto da un lucco nero e miserello, s’accingeva a far la lettura, tenendo in mano un voluminoso quaderno. Del resto la sala era piena zeppa di spettatori; sì quella causa come le persone cui riferivasi dovevano sembrare ai cittadini di somma importanza. Nella repubblica i fidecommessi godono di straordinario favore: un fondo, ottenuto che abbia una volta questo carattere, lo conserva in perpetuo; ancorchè sia stato per qualsiasi congiuntura più secoli addietro alienato e sia passato per molte mani, alla fine, se la cosa vien di nuovo in controversia, i successori della prima famiglia mantengono i loro diritti, e i beni devono venir retrodati. Questa volta la questione era di gran momento, poiché la lite era mossa dallo stesso doge, o, a dir meglio, a sua moglie, la quale infatti sedea sulla panca degli accusati, poco lunge dall’attore, ravvolta nel suo zendado: dama alquanto attempata, di nobile aspetto, di volto ben conformato, su cui leggevasi austerità, e se vuolsi, un non so che d’accorato. I Veneziani vanno superbi che la loro principessa possa venir costretta a comparire, nel suo proprio palazzo, al cospetto dei giudici e del suo popolo. Lo scrivano si pose a leggere, e solo allora compresi qual fosse l’ufficio di un omiciattolo seduto alla presenza dei giudici, vicino alla bigoncia, sopra uno scanno più basso, dietro un piccolo tavolo, e specialmente qual fosse l’ufficio dell’oriuolo a polvere che gli stava dinnanzi. Ed è questo: mentre lo scrivano sta leggendo, l’orologio giace rovesciato, e il detto omiciattolo vi tien sopra la destra. Ma l’avvocato apre la bocca? Ecco che l’orologio è rialzato; poi ricade non appena questi si taccia. E qui sta la grand’arte dell’avvocato, d’interromper, cioè, il corso della lettura con rapide osservazioni e così eccitare e provocare l’attenzione. Allora il piccolo Saturno è nel maggior impiccio del mondo; come quello ch’è forzato a cambiare da un momento all’altro la posizione or verticale ora orizzontale dell’orologio, e si trova a nella condizione degli spiriti folletti nei burattini, che non sanno come entrare né come uscire al rapido succedersi delle grida del petulante Arlecchino. Chi sa come si riscontrano gli atti nelle cancellerie, può farsi una idea di questa lettura rapida, monotona, ma con ciò abbastanza chiara e vibrata. L’avvocato ricco d’artifizi, sa interrompere quel fastidio con facezie, e il pubblico che si compiace di quegli scherzi ride sghangheratamente. Eccone una delle più piacevoli ch’op m’abbia intese. Il lettore stava per l’appunto recitando un documento, col quale uno dei supposti illegittimi possessori disponea della cosa litigiosa. L’avvocato gli ordinò di leggere più lentamente, e quando l’altro pronunciò con chiarezzale parole: “dono, lego” l’oratore lo investì impetuosamente gridando: “ Che? Che vuoi tu donare, che vuoi tu legare, povero diavolaccio affamato? – tu che al mondo non possiedi un quattrino? – Ma già (continuò, facendo le viste di riflettere); ma già anche quell’illustrissimo possessore trovavasi proprio nel tuo caso: - volea legare, volea donare cose che gli appartenevano quanto a te.” A tai detti scoppiarono interminabili sghignazzamenti, e l’oriuolo tornò in un batter d’occhio nella sua posizione orizzontale. Lo scriba sbirciò l’avvocato in cagnesco, e proseguì la sua nenia; già, le son tutte preparate.”….. Il racconto prosegue poi con altri episodi di vita che, magari, leggeremo più avanti. E grazie per aver avuto la bontà di leggere questo antico racconto di un grande scrittore proposto da i Viaggi della Semiotica Brescia, 26 Marzo 2025