Oggi è San Giuseppe ed anche la Festa del Papà. Ferrara 1928 – 1932 Sono nato a Ferrara, 1928, da padre ferrarese, da famiglia da secoli ferrarese, appartenente al senato delle città: i majores, da giovani, erano militari, ufficiali, più avanti pubblici amministratori. Il mio omonimo antenato, nato nel 1811, era comandante dei pompieri volontari, corpo costituito col suo denaro. Mia madre era diversa: fino a 10 anni cresciuta in argentina dove suo padre Luigi Luiggi, ingegnere di Genova, nato nel 1856, aveva progettato e diretto la costruzione dei porti militari di quella nazione: Bahia Blanca e Puerto Belgrano. Ricordava ampi spazi e corse di pony e un grandioso cane terranova che la riportava a riva se, in mare, si allontanava troppo dalla spiaggia! Il cane rimase in argentina quando lasciarono il paese: il primo addio. Al suo ritorno in Italia e alla morte della madre, suo padre la mise in un college inglese, dove visse alcuni anni: oltre a frequentare le scuole, le suore le insegnarono i molti doveri ed i pochi diritti di una moglie vittoriana: “erano i primi anni del 900, lo zenith dell’impero, le vecchie suore parlavano di bunny, Napoleone, coniglio in fuga davanti agli antichi reggimenti inglesi”. Rientrata in Italia, allo scoppio delle 1° guerra mondiale, visse a Roma, con suo padre, famoso professore di ingegneria idraulica, dal 1920 senatore del regno. Nel 1924 fu uno dei 5 senatori che votarono contro le leggi liberticide di Mussolini. Incontrò mio padre a Milano, lo sposò nel 1927, contro il parere della famiglia, partì per Ferrara, sposa innamorata e idealista e si trovò di fronte alla realtà. Un inverno eccezionalmente freddo 1928/29, un freddo leggendario, la vecchia casa di via Mentana non aveva il riscaldamento centrale. E poi mia nonna, vedova da quasi 10 anni, mai uscita da Ferrara riteneva di fare la suocera alla vecchia maniera, la rezdora, la capofamiglia. Per fortuna mio padre si schierò subito dalla parte della moglie, ma ci fu una volta in cui mia madre prese il treno e tornò a Roma (poi ritornò, sponte sua, a Ferrara). Nell’autunno del 1931 mio padre fu trasferito a Bologna: io avevo tre anni e due sorelle, non tornai più a Ferrara fino al dopoguerra: la scopersi allora, la mia città natale, bella, fascinosa, quella descritta da Bacchelli e poi da Bassani. Alla morte di mio padre (1955) mia madre era ritornata a Ferrara: la vecchia casa era stata distrutta dai bombardamenti del 1944, mia nonna, ferita dal crollo, era morta qualche ora dopo. La casa era stata ricostruita, nuova e migliorata, ma sempre senza riscaldamento. All’epoca del bombardamento non c’era, la legge imponeva che non dovesse esserci dopo, pena il mancato rimborso dei danni. Ma fino al 1960 neppure le case popolari costruite dallo Stato potevano avere il riscaldamento centrale. Solo stufe e cucine economiche. Andando a visitare mia madre scopersi Ferrara: il Duomo dedicato a San Giorgio e san Maurelio ma anche i bar e le pasticcerie attorno e di fronte, dove erano assunte le più belle ragazze della città. Il Castello e la spalletta della fossa dove, la lunga notte del ’43, i fascisti fucilarono diverse persone, fra cui il senatore Arlotti, da allora sepolto nella tomba della famiglia. Il lungo corso Ercole I° d’Este monumentale all’inizio, principesco lungo il palazzo dei Diamanti, solitario fra i piopponi della addizione erculea. E la chiesa dove è sepolta Lucrezia Borgia, le storie di Isabella e Beatrice, le leggendarie donne degli estensi maritate Gonzaga e Sforza che illuminarono il loro secolo; nella torre mozzata di San Francesco, Parisina, con la testa mozzata; la palazzina di Marfisa, che girava di notte con la morte nella carrozza; la cappella di Renata di Francia; Nell’ottocento, in via delle Volte, Boccadilupo, le meretrici. Ferrara, piccola ma importante capitale, ha splendidi palazzi nobiliari (a suo tempo anche palazzo Luppis, in via Porta d’Amore, ora condominio luppis), una antica università ed una cucina di corte: il pasticcio di maccheroni, la salama da sugo, il pampapato. Visitavo il cimitero, all’interno di una vecchia certosa, con la grande tomba di famiglia, con i lupi affrescati da Carlo Parmeggiani: la famiglia, dispersa, da morta si è ricongiunta. Da Brescia mio padre, da Torino mio fratello Luigi, da Pisa e da Napoli le mie sorelle Benedetta e Cristiana, da Bologna Francesco e la moglie Teresa. Fuori dalla tomba di famiglia mia nonno Primo: ufficiale garibaldino lasciò– addio, mia bella addio- una fidanzata, Gabriella Longatti. Combattè al Volturno nel 1860 ; rifiutò l’inquadramento nell’esercito sabaudo con un grado inferiore a quello detenuto nell’armata di Garibaldi, ritornò a Ferrara dove assistette alla morte della fidanzata morta a venti anni di tisi, la malattia romantica dell’epoca. Ripartì nel 1866, combattè, fu ferito, decorato a Bezzecca. Con Garibaldi, ovvio. Solo anni dopo sposò mia nonna Adele. Volle essere sepolto (1 gennaio 1917) con la vecchia fidanzata, fu raggiunto trenta anni dopo dalla moglie: come era romantico l’Ottocento. Tutto si rinnova, ma invecchia, con decoro, ma inevitabilmente: la vecchia grande tomba. Ciao Ferrara! 2 continua Brescia, 19 Marzo 2025, San Giuseppe
Giuseppe, detto Pino, inizia a pubblicare, a puntate, il Suo libro: