Proseguono i racconti di Giuseppe detto Pino Come tutti, il mio primo ricordo preciso è il primo giorno di scuola, e da quel giorno, abbastanza chiaramente, tutti gli altri: due anni a Varese, dove mio padre era stato trasferito. Ero, per l’assistenza che mi dava la mia famiglia, un bravo scolaro. Nell’autunno del 1935 c’era stata la guerra del Duce contro l’Abissinia; la mia maestra la sig. Sgroj, siciliana che, avendo vinto un concorso nazionale, era stata mandata a Varese, mi aveva fatto studiare a memoria il discorso del Duce agli italiani per proclamare la guerra: io andavo in tutte le classi a declamarlo, ricevendo dalle maestre carezze e biscotti. In quello stesso autunno, ero stato anche a Roma, per la premiazione delle famiglie numerose, ricevute a Palazzo Venezia dal Duce: ero l’unico bambino, ho ancora la fotografia ufficiale: una curiosità, ora, ma, per anni, nascosta. La terza elementare la ho frequentata a Como, il mio maestro si chiamava Riboni, cieco, grande invalido di guerra. In tutte le occasioni rivestiva la divisa da tenente dell’esercito e sfilava: con i soldati del reggimento Legnano, di stanza a Como, con la milizia MVSN, con i fascisti in orbace, al sabato con i balilla. Il suo mondo erano le divise, noi bambini eravamo i suoi aquilotti, i sardi tamburini, i siculi picciotti. Ci spiegava, a modo suo, la storia di Trento e Trieste, complemento della unità d’Italia, contro i secolari nemici, gli austriaci. Lui ci preparava: verrà, quel dì verrà, che la gran Madre degli eroi vi chiamerà. Perché l’Italia l’aveva rifatta Mussolini per la guerra di domani. Il clima era quello. Lo capisco oggi. Nei giochi in cui ci si divideva a squadre, eravamo italiani, contro austriaci, italiani contro abissini. Il Duce aveva occupato anche l’Albania, ma gli albanesi non erano simpatici: avevamo già uno scatolone di sabbia, a cosa servivano ora i sassi (la bauxite)? Ma era destino di Roma difendere la civiltà! Avevo 10 anni! E ci credevo! Una sera mio padre uscì in divisa: il fascismo aveva messo in divisa tutta la pubblica amministrazione, parificando i gradi dei pubblici impiegati a quelli militari: mio padre era parificato a colonello. Ma quella sera mio padre indossò l’orbace, che non amava: alla sua età, non sopportava gli stivaloni. C’era, contro di lui un procedimento disciplinare: imputato di aver raccontato barzellette. Il segretario federale fascista di Milano si chiamava Rino Parenti: un nome importante nell’empireo fascista: “La maestra chiede ad uno scolaro il nome di una grossa bestia, e il bambino disse: l’elefante! Ripete la domanda ad un altro, che non sa rispondere. La maestra suggerisce: rino, rino…… trionfante l’alunno disse. Rino Parenti!”. Per quella barzelletta, riportata, mio padre fu deferito: assolto, lo aveva capito subito, quando i commissari, invece di camerata, lo chiamarono ingegnere. Anche questo era il fascismo, deferente con gli appartenenti agli alti dirigenti dello stato, conformisti nel piccolo. Como era una città ordinata: noi balilla si imparava ad ubbidire ai genitori, al maestro, al parroco, il mite don Bosci, e pronti ad ubbidire al sergente : ma io sono stato fortunato non ho mai avuto un sergente. Como era una città ordinata: mi stupì perciò che, nel 1938, dovessimo cambiare medico. Il dottor Jo, che aveva salvato la vita a mio padre, era ebreo. Mi disse mia madre: non si usa frequentare gli ebrei, però quello che hanno fatto loro non è giusto, non è per niente giusto! Peraltro dicevano: se lo ha deciso il duce, ci saranno motivi che noi non capiamo. Mia madre aveva studiato diversi anni in un college inglese: ci insegnava qualche parola inglese. Dopo la guerra d’Africa aveva smesso, ma non aveva smesso un suo stile: un diverso approccio, una diversa ironia. A me, che avevo studiato le tabelline in italiano, la sentivo fare i conti in inglese: mi impressionava! E cantava, in italiano, in inglese e, in francese, una canzone da tabarin: au clair de la lune, mon ami pierrot…. Il giornale provinciale di una città ordinata si chiamava ovviamente “l’Ordine”: cattolico e governativo: ordinata, ma colta e vivace: al tempo si era discusso a lungo sulla …discussa Casa del Fascio, dell’architetto Terragni, oggi un valore ed esempio della architettura razionale, splendida a pochi metri dal Duomo…ed anche sullo sventramento della Corte sella, oggi integrato e non peggio di quello di altre città. Nell’estate del 1941 mio padre fu trasferito a Trieste.... e, per Te che hai la bontà di leggere, ci rivederemo a Trieste il periodo che fu, per Pino (mi pare di capire) quello che più lo colpì e di cui sempre parlava! Brescia, 04 Aprile 2025