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Abito e Occasione
L’altra sera una amica mi disse: “Devo andare a due matrimoni. Come mi vesto, cosa consigli?” Mi fece vedere le opzioni di abbigliamento e mi sono posto la domanda: l’abbigliamento fa la differenza in ogni occasione?
L’abito fa il monaco?
A volte, ridendo, si parla di abito e monaci senza pensare che il detto l’abito fa il monaco dice il vero e l’abbigliamento fa la differenza in ogni occasione. Pensa al vigile urbano, al medico, al bancario al militare: il loro abbigliamento fa la differenza, anche solo dividendo il tempo lavorativo dal tempo personale. Se sei in servizio indossi un abito (la divisa) se sei fuori servizio ti vesti come meglio ti piace e almeno esternamente, si, l’abito fa il monaco. La domanda vale anche per i religiosi di qualsiasi religione? Si vale soprattutto per loro che volendo essere punto di riferimento morale devono essere individuabili.
Abito indicatore sociale?
C’è stato un tempo in cui ci si vestiva per dichiarare classe sociale, professione e paese di origine. L’abito è un segno: Luigi XIV, il re Sole, fece dell’abito non solo il simbolo di potere ma anche di lusso, ricchezza e capacità produttiva della Francia. Ogni giorno del suo regno il suo abbigliamento fece la differenza. Con pizzi, merletti, gioielli (e arredamento) Luigi comunicava al mondo che la Francia produceva oggetti di lusso e Lui, suo Re, conosceva e utilizzava questi oggetti perché la sua sacra persona li meritava. Sosteneva produzioni e capacità tecnologiche francesi. Non utilizzava la porpora imperiale, non era porfirogenito: utilizzava il blu per il manto reale, sapeva che il tocco del Re di Francia guariva da malattie come la scrofola e dichiarava, coi merletti e i falpalà, il suo potere.
La pompa era il mezzo per far capire alla corte dove dovevano porsi nella scala gerarchica. Nel malaugurato caso in cui i denari colmavano il divario tra livello sociale e capacità di spesa ci pensava l’anello col sigillo ad alzare il muro: di qua chi aveva l’anello, di là chi non lo aveva. Poi venne la Rivoluzione. Nuove divise, nuova gerarchia.
Abito appartenenza culturale?
Il vestito è apparenza di cultura: il kilt dichiara al mondo da dove vieni come il kimono oppure il longy birmano o la dishdasha araba: immediatamente gonna o pantalone o tunica dicono a tutti da dove provieni e fa la differenza. Col tempo osservando le fogge dell’abito si impara a distinguere il paese di origine all’interno della grande famiglia di appartenenza. Un esempio? Se sei arabo il lungo abito, pur nella uniformità della forma, ha differenze: un camice saudita ha il colletto, quello omanita è a girocollo ed in più un cordone profumato, quello del bahrein è si girocollo ma senza cordone. Anche il copricapo si indossa con nodi e fogge differenti.
Ugualmente in India o Birmania o Cambogia gli uomini indossano un taglio rettangolare di stoffa annodato in vita ma nodo, fantasia del tessuto e piegature sono diverse da paese a paese.
E da noi?
In Italia stiamo assistendo ad un appiattimento di abbigliamento verso modelli che poco o nulla hanno a che vedere con noi: pare bello uniformarsi e dimenticare che, l’abito fa il monaco.
Oggi si desidera essere comodi, informali, semplici, globalizzati si osanna e vanta Dante e la lingua italiana e poi si introducono parole straniere nel nostro parlare e ci si dimentica dell’abbigliamento nostrano e delle scuole di pensiero per la cravatta, la lunghezza dei pantaloni e la spalla della giacca. Si predica l’uniformità di abbigliamento ma chi comanda indossa giacca, camicia, cravatta e pantaloni formali.
La mia idea? L’abbigliamento fa la differenza in ogni occasione
Apprezzo la diversità di abbigliamento e di abito e ammiro chi, tenacemente, ha scelto di non omologarsi vestendo e magari mangiando locale pur vivendo nel XXI secolo e sapendo che il vestito fa la differenza in ogni occasione perché si può essere al passo coi tempi ma tradizionalisti nella cultura, Aggiornati sui cambiamenti ma orgogliosi di appartenere ad una cultura ricca e feconda.
Moderni pur rifiutando la globalizzazione! Tutto possibile, ma bisogna riconoscere che la cultura è una ricchezza che va, gelosamente, conservata anche nell’abbigliamento che fa la differenza in ogni occasione e allora ascoltiamo una canzone della grande produzione melodica italiana: la notte
N.B. anche l’abbigliamento è semiotica perché l’abbigliamento dice tanto di te!
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